11/03/2010

Valutazione dei docenti: la parola agli allievi?

Il fatto

Il presidente della Commissione Cultura della Camera ha rivelato quale sarà il metodo che consentirà di stabilire quando un docente svolge bene il proprio lavoro: farlo valutare da un insieme eterogeneo e numeroso di soggetti, fra i quali compaiono gli ispettori, l'Invalsi, gli organismi tecnici delle scuole e, last but not least, allievi e genitori. L'idea non è piaciuta fin da subito al segretario generale dello Snals che, intervistato da Il Tempo, ha commentato: " È una follia far valutare i docenti dai ragazzi che non hanno le competenze, la preparazione, il merito. Non vanno bene neanche i genitori che, si sa, tendono a difendere i figli. Sarebbe una specie di gogna. Un criterio potrebbe essere la promozione del 100% degli alunni ma il troppo buonismo creerebbe dei sospetti".

La valutazione del docente

Il problema della valutazione dell'insegnante è annoso e complicato. Chi ha studiato l'argomento si è spesso arreso di fronte agli enormi problemi tecnici (modalità di valutazione; soggettività; conflitti di interessi) e morali che tale attività comporta.

La customer satisfaction

Negli ultimi anni alcune teorie pedagogiche di stampo aziendalistico hanno cercato di scimmiottare i metodi utilizzati per testare la soddisfazione del cliente di un servizio commerciale per applicarli all'ambito scolastico. E' nata così la famigerata customer satisfaction, ossia la pagella data al docente dall'allievo in una sorta di capovolgimento dei ruoli tipico delle farse teatrali.

A pensarci bene, il metodo di fare valutare agli allievi il proprio docente può essere vista come una semplificazione, un tentativo di tagliare la testa al toro, un metodo per chiudere la questione senza doversi per forza scervellare. Come tutte le semplificazioni, però, ha parecchi risvolti negativi e, mai come in questo caso, la soluzione adottata potrebbe addirittura generare più danni che benefici. La nostra voce contraria non è da interpretare come un tentativo di impedire la valutazione del lavoro del docente. E' solo una questione di buonsenso: è giusto che per insegnare e valutare le prestazioni degli allievi sia necessario un lungo iter scolastico e l'acquisizione di competenze complesse mentre per valutare un insegnante sia necessario solo la crocetta di un ragazzino su un questionario?

Per non parlare delle questioni più tecniche. Quali sono le ragioni che determinano la valutazione positiva di un docente agli occhi di un allievo e dei suoi genitori? Il tentativo di un insegnante di impostare un lavoro serio può scontrarsi con le esigenze degli alunni e generare così una valutazione negativa? Si può valutare un insegnante e confrontare il suo "voto" con quello di altri docenti senza tenere conto della miriade di situazioni scolastiche nelle quali si trovano ad operare?

La valutazione indiretta

Un altro metodo di analisi che oggi va per la maggiore è quello che pretende di valutare il docente sulla base delle conoscenze acquisite dai suoi allievi. Pochi giorni fa, negli Stati Uniti, il presidente Obama ha avallato la decisione di licenziare 93 insegnanti, colpevoli di non essere riusciti a far conseguire ai propri allievi la sufficienza in un test e di aver rifiutato di fornire loro lezioni supplementari gratuite. La morale della favola è questa: se tu, allievo, non ti impegni, non studi, non ti interessi, e prendi un voto negativo, la colpa è unicamente del tuo insegnante. In questo caso i teorici del metodo di valutazione indiretto scimmiottano il più insensato dei comportamenti dei presidenti di quelle squadre di calcio senza anima e senza campioni che licenziano l'allenatore invece di spendere qualche milione di euro per acquistare i giocatori buoni. Eppure in America hanno deciso di collegare gli stipendi dei professori ai risultati raggiunti dai loro studenti: se un alunno ha un buon rendimento, il docente se ne avvantaggerà, anche dal punto di vista economico.

Conclusione

I criteri di valutazione che abbiamo sommariamente descritto sono realisticamente ed efficacemente applicabili alla nostra scuola? Il nostro parere è contrario. Sono troppi gli aspetti negativi che ne sconsigliano l'utilizzo e che noi abbiamo già descritto in articoli precedenti.

Lo slancio riformatore che ha voluto inasprire la severità nelle nostre scuole dovrà presto scontrarsi con i costi che la serietà scolastica impone e con i rigurgiti di pedagogismo buonista, venendone completamente sopraffatto. Quando si cercherà un capro espiatorio da immolare per gli scadenti risultati scolastici dovuti in realtà al "lasciar fare", al buonismo, dalle idee pedagogiche perverse o finalizzate al risparmio forzato sarà una facile semplificazione trovarlo nell'insegnante.

 

07/03/2010

La serietà a scuola è ancora lontana

La riforma prossima ventura sarà ricordata per aver introdotto un criterio di forte semplificazione nella scuola italiana. Una sorta di applicazione del "rasoio di Occam". Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem. Meno tipologie di istituti, meno problemi di scelta. Il problema è che il principio del giusto sfoltimento nella giungla degli indirizzi (che, tutto sommato, era fittizia) ha trascinato nel tritatutto anche il numero di ore in classe. In un articolo già citato tratto da "La Stampa", dal titolo "La scuola in saldo e la riforma che non c'è", l'autore scrive:"Un altro passo verso il baratro, dopotutto. Un'altra concessione alle esigenze di alunni sempre meno interessati a conoscere e sempre più orientati a incassare, a buon mercato, punteggi e titoli di studio".

In fin dei conti anche noi ci siamo sempre resi conto che i poveri studenti erano costretti a subire, loro malgrado, boriosissime lezioni tra mezzogiorno e l'una e mezza che non soddisfacevano a sufficienza il loro desiderio incontrollato di applicarsi a ben più interessanti discipline: Facebook, il Grande Fratello, Amici ...

Un altro fondamentale argomento che la riforma sfiora senza precisarne in modo concreto gli ambiti di applicazione è quello relativo alla disciplina. La disciplina oggi a scuola è largamente sconosciuta e inapplicata. Saremo destinati a peggiorare anno dopo anno? Saremo in grado di gestire classi di 30 allievi? Applicheremo criteri di severità in classe? Contrasteremo i bulli? Espelleremo chi non ha voglia di studiare e disturba? Non ammetteremo veramente all'esame chi ha un 5 in una materia? Il 5 in condotta condurrà alla bocciatura? Tutti buoni propositi, che si scontrano, però, con la dura legge del risultato (per l'insegnante) e dell'economia (per la scuola), frutto degli ultimi e folli anni della pedagogia moderna.

E quando un preside cerca di essere "severo" nel giusto senso del termine finisce sul giornale. Vedi la preside piacentina che, in un Liceo Parma, viene contestata dagli utenti/clienti/studenti con lunghe missive ai quotidiani per aver imposto loro di non fumare a scuola, di non uscire continuamente dalla classe per abbordare la macchinetta delle merendine e di rispettare gli orari di entrata. Cosa ha fatto di tanto grave la preside? La stessa dirigente scolastica ha affermato: "Mi accusano d'essere autoritaria e di voler imporre la disciplina ma ditemi voi allora come si fa a far rispettare le regole, forse mettendosi a discutere di disciplina?". Anche il filosofo Kant diceva: “Uno dei più gravi problemi dell’educazione è quello di conciliare tra la sottomissione a un obbligo legittimo e la capacità di fare uso della propria libertà".

Anche a Pavia una preside coraggiosa è finita sul giornale locale (La Provincia Pavese) perché ha cercato di applicare un criterio di giusta severità per accettare le iscrizioni alle successive annualità: trasformare il 5 in condotta in un 6 entro la metà del 2° quadrimestre. Dice la preside: "Ho spiegato ai ragazzi che se adesso hanno 5 in condotta si potranno iscrivere alla classe successiva solo se lo avranno recuperato entro il 23 marzo, quando ci saranno stati tutti i consigli di classe di metà quadrimestre. Sono studenti che hanno preso almeno 4-5 note sul registro, ne combinano di ogni tipo, non sono rispettosi, nemmeno tra loro. E io di bulli a scuola non ne voglio, i ragazzi devono comportarsi bene, devono capire che devono mettersi a studiare, che non devono fare troppe assenze. Io sono davvero preoccupata, perché non si rendono conto che qualcosa è cambiato".

Per adesso, però, tutto sembra come prima, vedi i casi di Pavia, Osimo, e tanti altri. E poi si chiedono "Perchè mi bocci?".

 

04/03/2010

Alcuni articoli da leggere

Citiamo alcuni articoli e ne proponiamo le frasi salienti per esaltarne l'utilità della lettura.

1) Nella scuola italiana il cinque in condotta non spetta solo agli studenti di G. Israel - L'Occidentale

"La questione da tener presente è che l’ideologia dominante è sempre più quella secondo cui gli studenti hanno diritto al “successo formativo garantito”. Tutti debbono andare avanti allo stesso modo, raggiungere lo stesso traguardo e se non ci riescono la colpa è della scuola, degli insegnanti, del sistema".

"Vogliamo berci l’uovo un po’ fradicio della “customer satisfaction” applicata alla scuola, per cui tutti debbono essere uguali, tutti debbono ottenere il successo educativo, i somari e i nullafacenti non ci sono, e il merito esiste sì, ma soltanto per chi non lo garantisce? Insomma, gli insegnanti facciano un po’ come gli pare, ma se non riescono a far sì che tutti vengano promossi, e a ottimizzare le prestazioni del sistema, bisogna cacciarli".

2) La distruzione del principio di autorità di G. Israel - Il Giornale

"La perdita del buonsenso trionfa quando si promuove un seminario dal titolo «Perché mi bocci?», appena svoltosi a Bologna con tanto di autorevoli partecipanti. «Ti boccio perché non studi, perché non hai senso del dovere malgrado quel che si sta facendo per te, perché sei un nullafacente» – risponderebbe il buonsenso. Nient’affatto. Agli «studenti che si sentono alieni in classe, insofferenti ai ritmi delle lezioni, alle prescrizioni degli insegnanti, che non sopportano i riti e le regole di questa istituzione che ancora chiamiamo scuola» bisogna offrire «soluzioni educative accattivanti» - recita il depliant. Ma quando si parla di «soluzioni accattivanti» si promuove quella pseudocultura che, per dirla con Zygmunt Bauman, «non ha gente da educare, ma piuttosto clienti da sedurre». Né passa per la mente il dubbio che, se la scuola non funziona, è perché è governata dalle soluzioni imposte da qualche decennio dalla dittatura del pedagogismo dell’autoapprendimento".