11/06/2008

Una lettera alla "Provincia Pavese"

Da "La Provincia Pavese" del 7 giugno 2008

 

Quanti fannulloni nel paese di Lucignolo

Nella pubblica amministra­zione esiste una stratificazio­ne di fannulloni che da qual­che anno non produce nulla, pesa sulle tasche degli italia­ni e compromette il futuro del Paese. Questi fannulloni non possono essere cacciati e le armi per indurli al lavoro sono spuntate. Hanno alle spalle sindacalisti molto ag­guerriti che li difendono a spada tratta. Basta!

Di che pauroso girone dan­tesco sto scrivendo? Della scuola. I fannulloni, ahimè, sono gli allievi, da compiange­re per l'abisso di maleducazio­ne e ignoranza in cui rischia­no di finire, spinti incoscien­temente dai loro sindacalisti - i genitori - che si schiera­no al loro fianco incondiziona­tamente e combattono soprat­tutto i docenti seri, quelli che cercano ancora di fare il loro mestiere e magari pretendo­no educazione, attenzione e, orrore, persino impegno e stu­dio.

Ora come ora i sanzionati sono proprio i professori. Sempre più spesso, se un geni­tore si lamenta, vengono subi­to inquisiti dai dirigenti scola­stici e messi in condizione di doversi difendere dall'accusa di essere troppo severi, di chiedere che i ragazzi studi­no.

Perché il dirigente fa così? Perché il cliente ha sempre ragione e la famiglia è il clien­te della scuola. Perché le fa­miglie sono diventate così? Probabilmente sono sole, di­sorientate, senza strumenti culturali, troppo ricche o troppo povere. La conclusio­ne è però che il mondo si è ro­vesciato, siamo nel paese di Lucignolo, il gatto e la volpe hanno l'approvazione delle fa­miglie e Pinocchio resterà per sempre un burattino. Sarà felice il burattinaio!

Siro Zangrandi (Pieve Porto Morone)

Il nostro commento

Caro direttore, mi vorrei collegare ad una lettera apparsa nella rubrica “La voce dei lettori” di sabato 7 giugno. I problemi citati dall’autore sono sostanzialmente veri: la nostra scuola si dibatte da anni tra la necessità di ottenere rendimenti migliori dagli allievi e la volontà di una larga schiera di pedagogisti di impedire agli insegnanti di svolgere il loro mestiere privandoli degli strumenti idonei per farlo. La stessa disastrosa emergenza dei bulli, oltre che da motivi di ordine sociale, è stata propiziata da anni di buonismo, intendendo con questo termine la deleteria filosofia che ha imposto alla scuola di essere sempre ed in ogni caso dalla parte dell’allievo, di non punirlo, di permettergli di esprimere senza freni la propria personalità. La bocciatura, da strumento di recupero delle conoscenze non acquisite, è ormai diventata un fallimento per l’educatore.

A questo dobbiamo sommare l’introduzione nella scuola di criteri di stampo aziendalista, secondo i quali l’allievo viene visto come un avventore e l’insegnante come il commesso che deve soddisfare i suoi bisogni e le sue necessità (come si fa in un negozio). Questa situazione ha generato il principio secondo il quale le bocciature e la severità non fanno altro che ridurre il numero dei clienti, causando la diminuzione dei finanziamenti all’istituto. Il docente non il linea con questa perversa forma di pensiero viene ormai visto come un fattore negativo, che fa perdere clienti.

Mariastella Gelmini, neo ministro dell’Istruzione, ha recentemente fatto conoscere il suo punto di vista.

Dal lato degli allievi sembra essere partita sulla giusta strada, promettendo di imporre più severità e di instaurare un certo grado di meritocrazia nella loro valutazione, per evitare che l’emergenza si possa trasformare in un disastro. Dal lato degli insegnanti, se ritiene di introdurre criteri di meritocrazia anche per valutare i docenti, cosa perfettamente lecita, deve però prima affrontare due fondamentali questioni.

La prima riguarda l’esigenza di ripristinare seriamente l’autorità della funzione docente, ormai affossata da anni di riforme scolastiche sbagliate. Senza autorità non ci possono essere responsabilità da valutare.

La seconda (molto più difficile) è relativa alla definizione di un corretto metro di giudizio che consenta di stimare il lavoro dell’educatore, senza cadere nell’introduzione di criteri illogici e dannosi come, ad esempio, la customer satisfaction prodotta dell’allievo.

Il mio consiglio è quello di dare uno sguardo al passato, di confrontare la scuola di ieri (più autoritaria, più seria, che forniva conoscenze) con quella di oggi (dove si gioca, ci si diverte, si recita, in nome della bontà e della spontaneità). Si potrebbe così capire che la storia non ha dato ragione nè alle teorie pedagogiche buoniste nè ai sistemi da scuola/azienda. Questi fattori hanno avuto come unico effetto quello di far perdere importanza, autorità e serietà all’unico vero elemento su cui oggi si spara a zero, ma che è l’unico che potrà riportare agli antichi fasti la nostra scuola: gli insegnanti.

 

 

Vedi sull'argomento: http://gisrael.blogspot.com/2008/06/test-gradimento-la-sc...

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